Amministrazione giudiziaria: il confine fra prevenzione e repressione

Da alcuni giorni è diventata nota la richiesta della procura di Milano di mettere in amministrazione giudiziaria l’azienda di moda Tod’s.

Secondo la procura milanese, Tod’s non avrebbe controllato adeguatamente la sua filiera produttiva, in cui sarebbero stati riscontrati episodi di sfruttamento lavorativo e varie irregolarità in alcune ditte che lavorano per il gruppo.

Si precisa che Tod’s non è indagata, quindi non è accusata direttamente di sfruttamento, o di aver compiuto reati di cui, invece, vengono incolpate altre aziende della filiera. Per il P.M. Storari, tuttavia, Tod’s avrebbe omesso di controllare la filiera, così agevolando lo sfruttamento al suo interno.

La richiesta della procura pare essere stata fatta per la prima volta lo scorso dicembre, ma sia il tribunale che la corte d’appello di Milano l’hanno rigettata per due ordini di motivi: ragioni di competenza territoriale, legata secondo i giudici meneghini alla sede legale dell’azienda, quella marchigiana; per la tipologia di indagine, in prima battuta limitata al vestiario destinato al personale interno e non al mercato (quindi meno esposto al pubblico e al mancato rispetto dei criteri Esg). L’ultima parola alla Suprema Corte, alla quale la procura ha proposto ricorso.

La vicenda  Tod’s è l’ultima di una serie di indagini che negli ultimi anni la procura di Milano, e in particolare il pubblico ministero Paolo Storari, ha avviato su diverse grandi aziende in vari settori, dalla moda alla logistica, nei cui passaggi produttivi sono stati denunciati casi di sfruttamento, caporalato, frode o evasione fiscale.

Come è noto, l’amministrazione giudiziaria è un istituto introdotto nel nostro ordinamento per contrastare le infiltrazioni mafiose, ma che si è evoluto fino a comprendere reati come appunto lo sfruttamento ed il caporalato. Prevede che vengano nominati uno o più funzionari (gli amministratori giudiziari, appunto) incaricati di correggere pratiche illecite all’interno della filiera di un’azienda.

Di recente è stata disposta, restando alla moda, nei confronti di aziende dei gruppi Dior, Armani, Alviero Martini Spa (in questi casi l’amministrazione è poi stata revocata in anticipo) e Valentino. L’ultimo caso, e il più eclatante, è stato quello che ha coinvolto il marchio di lusso Loro Piana.

Provvedimenti simili cercano di intervenire su un sistema ramificato che esiste da anni, ma su cui finora non c’erano stati interventi così sistematici, poiché è molto complesso individuare i responsabili dello sfruttamento in filiere frammentate come quella della moda, in cui ci sono aziende più grandi che affidano il lavoro a quelle più piccole, che a loro volta lo subappaltano. L’obiettivo aziendale di questi passaggi è ridurre i costi di produzione e massimizzare i profitti.

L’approccio del P.M. Storari –innovativo, al punto che si parla di “metodo Storari”, ma anche molto criticato – è sostanzialmente quello di ritenere responsabili dello sfruttamento non solo le società appaltatrici ma anche i marchi committenti, in ragione degli omessi controlli sulla loro filiera.

Non è rimasto in silenzio Della Valle, presidente e amministratore delegato di Tod’s, che, in attesa della pronuncia della Suprema Corte, ha tenuto una conferenza stampa nella sede milanese dell’azienda, invitando il P.M.  Storari a visitare i suoi stabilimenti, e «ad avere una condotta meno superficiale quando si occupa delle realtà imprenditoriali del nostro paese»aggiungendo che indagini di questo tipo rischiano di danneggiare enormemente il “made in Italy” e che l’azienda non può essere accusata per un comportamento scorretto di chi decide, a sua insaputa, di violare le regole.

Attendiamo la pronuncia della Cassazione, prevista per il prossimo 19 novembre, di sicuro illuminante sulla corretta ed uniforme interpretazione della normativa in materia di tutela dei diritti e della dignità delle persone che rendono possibile il tanto caro “made in Italy”.